Netflix e lo “Specchio Nero”

Da quando Black Mirror è prodotta e distribuita dalla piattaforma californiana, la serie britannica ha cambiato volto e anima. Vi spieghiamo il perché.

È il 4 dicembre 2011 quando sull’emittente televisiva pubblica britannica Channel 4 va in onda la prima puntata di una serie TV che avrebbe poi attirato l’attenzione dell’opinione pubblica e degli appassionati non solo di telefilm ma soprattutto di cinema: Black Mirror.
Per chi non sapesse cosa sia (ovvero chi fino ad oggi nella propria vita non ha fatto altro che pedalare su una cyclette per ottenere un paio di milioni di Meriti), Black Mirror è una serie antologica nata dalla penna di Charlie Brooker (già ideatore e sceneggiatore di Dead Set), composta da mediometraggi e lungometraggi con scenari e personaggi diversi per ogni episodio, che hanno però come base narrativa i possibili modi con cui la tecnologia, nel presente o in un immaginario futuro ‘presentificato’, potrebbe cambiare la società e i rapporti tra le persone.
Dopo il successo delle prime due stagioni, dal 2016 la serie viene prodotta e distribuita da Netflix, che ne ha acquisito i diritti nel 2015. Ed è indubbio che ci sia stato un cambiamento nel modo di produzione e nel modo di concepire la serie.

Le prime due stagioni, andate in onda la prima nel 2011 e la seconda nel 2013, sono precise e taglienti nel raccontare in maniera minuziosa gli elementi più inquietanti e pericolosi dell’oggi; non per mettere alla gogna tali elementi, bensì per analizzarli, ovvero per capire come le novità tecnologiche potrebbero mutare l’uomo e i prodotti umani: come potrebbe cambiare la politica (Messaggio al Primo Ministro e Vota Waldo!); oppure i talent show, l’industria televisiva e la pornografia (15 milioni di celebrità); o ancora la memoria e le relazioni di coppia (Ricordi pericolosi e Torna da me).
Centrale è la volontà di costruire, su delle basi reali, dei mondi geniali perché mai visti, andando talvolta a sovvertire generi cinematografici. L’ambizione del progetto è nelle prime stagioni controllata da una messa in scena equilibrata e al servizio delle storie: gli episodi sono, in questa fase, dati tutti in mano a registi di mestiere che riescono a dare il senso di una produzione complessivamente indipendente.
L’intento con cui nasce Black Mirror è dunque quello di creare una serie in cui la tecnologia sia il testo filmico.
Tramite essa Brooker cerca di dissezionare la realtà, e tramite la realtà di comprendere la tecnologia.
I ‘problemi’ cominciano però a partire dalla terza stagione. La tecnologia e le sue implicazioni, fulcro dell’idea iniziale dello show, diventano solamente un mero pretesto per far partire delle storie e costruire dei racconti di genere canonici: il senso della serie è relegato ad un semplice escamotage. Il tono degli episodi, a parte giusto un paio (i lungometraggi San Junipero e Black Museum), è nella maggior parte dei casi solo moralista, sprovvisto di una vera capacità analitica nei confronti del suo oggetto, mentre i racconti sono scritti in maniera sempre più semplicistica.

Le prime sette puntate pre-Netflix avevano un impatto emotivo devastante grazie al modo con cui la serie scavava nelle paure e nelle paranoie dell’essere umano contemporaneo, e non solo: anche dentro al rapporto che noi spettatori abbiamo nei confronti di quel black mirror che è lo schermo. Con il cambio di tono dato dall’arrivo di Netflix è tangibile il gioco dell’esagerazione e contemporaneamente della normalizzazione delle tematiche e dei generi affrontati, con un conseguente allontanamento empatico da parte dello spettatore.
Ne è un esempio l’ultimo episodio della terza stagione, “Odio Universale”, che parte da una premessa attuale, coinvolgente (il modo in cui noi stessi usiamo i social network per sfogarci e per puntare il dito verso qualche capro espiatorio); quando però l’intreccio prende la piega del thriller poliziesco/fantascientifico (addirittura banale nei suoi passaggi chiave) è lecito chiedersi quale sia il nocciolo della prima parte, che va così a perdersi.

(Episodio 3×06)

Indubbio che questo cambiamento di qualità sia dovuto anche ad un cambiamento di quantità: Channel 4, canale britannico ‘indipendente’, ordinava tre episodi a stagione, mentre Netflix ha voluto raddoppiare il numero di episodi portando lo stesso Brooker a perdere alcune di quelle riflessioni che sostenevano tutta la serie.
Questo si avverte soprattutto se si parla di anima dello show, ovvero il rapporto tra tecnologia/virtualità e realtà – e come questo rapporto sia sempre più liquido. La narrazione di questo rapporto è più volte sacrificata sull’altare dei twist narrativi sensazionalistici ma semplicistici, che vanno a cozzare con un percorso intellettuale ed emotivo che era ciò che aveva reso Black Mirror una serie di culto.

 

Scritto da Paolo Rissicini

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