Sulla Mia Pelle

Mercoledì 29 agosto First Man di Damien Chazelle – adattamento cinematografico della biografia ufficiale sulla vita di Neil Armstrong, primo uomo sulla luna – apriva il concorso della 75a edizione della Mostra del cinema di Venezia.
Parallelamente, l’ ultimo uomo sulla terra apriva la sezione ‘Orizzonti’, ricoperto di scroscianti applausi: Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, con Alessandro Borghi e Jasmine Trinca, prodotto da Netflix, non avrebbe potuto raccontare più intelligentemente la storia di Stefano Cucchi, trentunenne deceduto il 22 ottobre 2009 durante la custodia cautelare. L’opera di Cremonini è uscita in poche sale, essendo targata Netflix, ed è disponibile sulla piattaforma di streaming dal 12 settembre: potrà esser visto in 190 paesi.

Il film ripercorre l’ultima settimana di vita di Cucchi, dall’arresto per detenzione di stupefacenti e presunto spaccio alla morte nell’ala detenuti dell’ospedale Pertini di Roma. Nel mezzo, Stefano vede passare davanti a sé tanti, tantissimi, volti che testimoniano – senza darsi molto da fare – il ‘calvario laico’ (così definito dallo stesso regista) di un ragazzotto talmente impaurito e rassegnato da non riuscire ad alzare la voce contro l’ingiustizia perpetrata nei suoi confronti. Lo Stefano Cucchi di Borghi (magistrale nella sua interpretazione ed eccezionale nel trasformare non tanto il fisico quanto la voce, indistinguibile da quella del vero Cucchi) sussurra, farfuglia, abbandonato a sé stesso parla con sé stesso e arrendevolmente si lascia morire, conscio dell’impossibilità di uscire vivo dal carcere, e forse anche per espiare delle colpe commesse in passato. In seguito al pestaggio avvenuto la notte dell’arresto (probabilmente causa della sua morte), Cucchi/Borghi porta con sé lividi e ossa rotte che si fanno sentire soprattutto sulla pelle dello spettatore, grazie ad un realismo impressionante.

Il lento cupio dissolvi di Cucchi è narrato e diretto da Cremonini nella maniera migliore: il film è estremamente equilibrato (la sceneggiatura è stata scritta quasi interamente sulla base degli atti del processo, tutt’ora ancora in corso) ma non è privo di personalità, grazie agli strumenti propri del cinema, ovvero grazie alle immagini, alla recitazione, alla quasi totale eliminazione della colonna sonora e ad uno sguardo registico sobrio e imparziale ma mai cinico e insensibile.

Lo spettatore, che il film lo abbia visto in sala o sul divano di casa propria, esce dalla visione indignato per la storia che ha appena visto; e lo fa non grazie ad una facile retorica accalappia-pubblico, ma grazie ad una macchina da presa che sa fare il proprio lavoro. E questo, almeno in Italia, è una vera notizia.

 

Scritto da Paolo Rissicini

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