Recensione – Roma di Alfonso Cuarón

Il regista di Harry Potter e il prigioniero di Azkaban e di Gravity torna con un film-ricordo sulla propria infanzia, ambientato agli inizi degli anni settanta a Città del Messico

Con Roma Alfonso Cuarón entra di diritto nell’olimpo dei giganti. Perché definire Roma un film perfetto sarebbe riduttivo: vorrebbe dire circoscriverlo ad un compitino ben studiato, composto e realizzato; e invece è ben altro. Il film Leone d’oro a Venezia 75 è infatti una vera e propria esperienza visiva, uditiva ed emotiva degna di un film di Bergman, Kurosawa o Coppola – un’esperienza degna dei più grandi.
Cuarón dirige, sceneggia, fotografa (in bianco e nero) la sua epopea famigliare con un’opera di ispirazione autobiografica. I ricordi della sua infanzia – vissuta agli inizi degli anni settanta in una casa borghese a Colonia Roma, quartiere residenziale di Città del Messico, con altri due fratellini e una sorellina, la madre Sofia biochimica e il padre Antonio medico, sempre assente – riaffiorano in tutta la loro potenza, ma attraverso gli occhi della vera protagonista del film, la domestica india Cleo (una Yalitza Aparicio tanto brava quanto sconosciuta).

Il film è innanzitutto un vero piacere per gli occhi. La ricchezza di idee del regista nel modo di raccontare il suo amarcord – magari idee non nuove ma di una fattura rara – esaltano sia il registro comico che quello drammatico dei personaggi/attori, ma soprattutto immergono lo spettatore in un luogo che dovrebbe essere molto lontano da loro e che, grazie al cinema, si fa improvvisamente vicino: nel cuore del regista, un messicano cinquantasettenne che, tornando alle origini, spalanca tutto sé stesso al mondo, senza risultare ermetico ma anzi entrando a sua volta, con una facilità disarmante, nel cuore del pubblico.
Si dice, di un grande autore cinematografico, di qualcuno che riesce a mettere in scena i propri problemi, le proprie speranze, le proprie emozioni e di farle risultare, tramite la mediazione della storia, delle immagini, dei suoni e dei simbolismi (vedesi l’importanza dell’acqua nella poetica di Cuarón), incredibilmente vicine a chi guarda. Ecco, Alfonso Cuarón con Roma non fa altro che questo, grazie anche ad una inventiva strabordante, che non rivoluziona alcunché ma che è il cinema in sé e per sé. Le panoramiche e le long take all’interno della casa borghese (ricostruita meticolosamente dal regista) o sui terrazzi illuminati di Città del Messico, la profondità di campo addirittura wellesiana, gli stupendi primi piani sulla domestica Cleo, il fuori campo da cui emergono le voci dei bambini e della nonna mentre li rincorre, il grandangolo nelle scene ambientate al cinema. Tutto coadiuvato da un bianco nero “colorato” che rarefà l’immagine portandola al di fuori del tempo.

Alfonso Cuarón

Cleo è il fulcro di una saga famigliare che ha molto a che spartire con il cinema italiano (Ettore Scola in primis), e che viene raccontata tramite le vicissitudini della stessa domestica, in balia del proprio destino sociale, sentimentale e naturale, quasi passiva di fronte alla vita che le si dispiega davanti. Si prende cura della casa, dei cani (e delle loro cacche), dei figli di una madre di famiglia, Sofia, che è più che altro impegnata a rincorrere il marito e ad evitare di mandare in fumo un matrimonio in piena crisi. In questo muoversi in un mondo – e una città – ostile le due donne lotteranno a tutti costi per emanciparsi dall’oppressione della vita (ci riusciranno?). Roma è in realtà questo: un grandioso ed emozionante omaggio del bambino Alfonso per le sue donne.
Ma Roma è, soprattutto, un capolavoro. È cinema nella sua espressione più alta: immagini in movimento che trascendono sé stesse e trasmutano in poesia. Una poesia sulla vita, sulla morte, sulla condizione umana, sull’accettazione (che è anche rassegnazione) di questa condizione, sulla libertà che si realizza solo tramite tale accettazione. La libertà di Cleo e Sofia, e del loro abbraccio.

 

Scritto da Paolo Rissicini

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