C’era una volta… a Hollywood

C’era una volta a… Hollywood è il film più personale del regista più influente della sua generazione. Non perché è un film che usa il cinema come pretesto narrativo, ma perché è un film ​sul cinema e sul fare i film. Il suo ​Singin’ in the Rain e il suo ​Effetto Notte​. Sentito, necessario, naturale. Ma non solo: è anche il film più esistenziale e, in un certo senso, il più sperimentale e teorico.

Una fiaba di (nuovi) principi (Sharon Tate e Roman Polanski) e (nuovi) straccioni (Rick e Cliff), così come è stata definita. Tarantino segue tre giorni di vita (8 e 9 febbraio, 8 agosto 1969) dei due protagonisti. DiCaprio è Rick Dalton, attore di serie TV di genere che ha provato una carriera nel cinema senza riuscire a sfondare e si crogiola nei propri dolori tra whiskey sour e margarita. Brad Pitt è la sua controfigura Cliff Booth, veterano di guerra dal sorriso sornione che serve Rick come un vero galoppino. Rick vive a Cielo Drive, vicinissimo ai nuovi principi di sopra, Sharon e Polanski, neosposi e trasferiti da poco a Hollywood.

Sullo sfondo la “family” di Charles Manson, introdotta dagli hippie che girano per la Los Angeles post ​Summer of Love (‘67), e ovviamente gli omicidi di Cielo Drive della notte del 9 agosto ‘69.
Il tono è sommesso, dolente ed elegiaco, e l’ironia non lo copre davvero fino in fondo. Anche perché anche a livello di comicità, oltre che di ritmo, non è il Tarantino che si aspetterebbe.

Per questo ha spiazzato e ha diviso come forse non mai. Il film stesso a tratti si perde, fa salire la tensione per poi farla disperdere nel nulla (la scena del ranch…), sembra essere svogliato, scentrato: eppure è proprio quello il centro!

Perché la scrittura è principalmente una grandiosa riflessione teorica sul senso di creare una storia solo e unicamente sui suoi personaggi e non sulla trama, soffermandosi sul superfluo, sul quotidiano, a tratti l’inutile, a metà tra i film di Richard Linklater e un antiromanzo di inizio Novecento.

E perché sono gli stessi personaggi principali, Rick e Cliff, ad essere scentrati, ad essere “roba finita”, eroi di una Nazione che non esiste e non esisterà più. Vivono nel mondo del possibile e del sogno per eccellenza (Hollywood) e ad un tratto non lo riescono più a capire (un esempio: Sharon, quella spilungona vicina di casa, simbolo della nuova femminilità tutta americana, che sta con quel tappo polacco ebreo?). E quelle “fottute hippie del cazzo” (parola di Rick), che stanno fondando una nuova (contro) cultura mentre rovistano nella spazzatura, passano accanto ad un murales di uno dei divi per eccellenza. I mostri sacri americani distrutti da una nuova generazione di ragazze americane, a piedi nudi, pacificamente incazzate.

Sharon cammina per Los Angeles anche lei come una vera diva, sogna al cinema vedendo sé stessa sullo schermo, attenta alle reazioni del pubblico alle sue gag. Balla leggera, ma è vero, ha poche battute: perché così come altri divi, come Bruce Lee o McQueen, è un non-personaggio. E come potrebbe esserlo? Sharon è più di un personaggio, è un’icona. In questo senso è finissimo il lavoro sul significato delle icone e della visione mediata, anche qui tutta personale, che abbiamo di loro.

C’è poi la grande ambizione di farci vivere un’intera città e un tempo che non esistono più attraverso gli occhi del regista, attraverso la sua visione legata al ​suo ricordo, al ​suo sogno.

Uno sguardo che si sposta sempre più dalla nostalgia alla malinconia verso quello che poteva essere e non è stato.

P.S: Piedi, piedi ovunque.

 

Scritto da Paolo Rissicini

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