Benvenuti nella giungla

<<Mangiarmi una manciata di caffè è stato un’impulso, non so perché lo feci. Stavamo andando ad una festa alla quale, senza alcuna credenziale, avrei dovuto fare il barman. Durante il tragitto trovammo aperto il bar 010 Gold e, a quel punto, mi ci fiondai dentro. Richi [Titolare, ndr] ci lasciava abbastanza libertà, così aprii la sua macchinetta del caffè e ne presi un bel pungo. Tornassi indietro probabilmente lo rifarei>>.

Tipica festa di ragazzi di 17 anni: posto abusivo, più bottiglie che persone, pericoli sempre dietro l’angolo e follia di fine estate pronta ad essere liberata. A distanza di qualche anno i protagonisti ricordano la cosa con occhi diversi, sicuramente più maturi e responsabili.

<<L’importante era mettere tutti a proprio agio, in modo tale che potessero divertirsi in santa pace. Siamo arrivati per le 21 e abbiamo completato l’allestimento, iniziò ad arrivare la gente e io, da dietro il banco, iniziavo a vivere il mio degenero personale osservando quello generale. Dopo neanche un’oretta saltò la corrente perché qualche figlio di puttana, uno dei vicini immagino, ci aveva tagliato i cavi. Io stavo sempre dietro al banco, ma leggenda narra che passò un elettricista e sistemò tutto. Io intanto continuai a sottoporre i miei shottini killer; era finito il rum e pera e iniziai a preparare Vodka in uno shot e Coca Cola nell’altro. Penso che nessuno stesse già più capendo un cazzo perchè altrimenti certa merda non la bevi. Io, personalmente, la stavo bevendo con gusto. Poi presi un orologio da muro, chiesi “Sapete che ora è? È ora di fare casino!”, e scagliai l’orologio dentro al frigo, rompendo entrambi. In ogni caso, fino a qui tutto nella norma. Poi arrivarono i caramba. Da li la cosa è degenerata perché, chiaramente, ad un pischello di 16/17 anni che si vede arrivare una pattuglia durante una festa (che di legale aveva giusto i bicchieri di plastica) gli va il cervello in merda. È chiaro.>>

E infatti da li scoppiò il casino. Tutti si dettero a una fuga clamorosa lungo campi che in quelle condizioni sembravano essere infiniti. Qualcuno cadde dentro fossi, qualcuno viene ritrovato a piangere in vicoli bui (il motivo resta tutt’ora un mistero), qualcun altro invece sfondò a spallate le porte dell’edificio per nascondersi in oscuri meandri facendo tuttavia più disastri che altro, qualcuno dei più grandi invece fuggì in macchina , e su quest’ultimo aspetto torneremo più avanti. Qualcuno invece rimase li, in uno stato di coma e disperazione che neanche l’istinto di sopravvivenza poteva superare.

Una sessantina di persone disperse in un posto dimenticato da Dio, a vagare per vicoli e strade sconosciute oppure distese poco più avanti, senza avere la minima idea di cosa stessero facendo. “Fortuna” che arrivarono i proprietari, parlando coi Carabinieri e placando gli animi, lamentandosi tuttavia (con toni abbastanza accesi) dei danni fatti, che erano parecchi, molti più di quelli elencati in precedenza dal “barman”. Durante questo acceso dialogo tra menti eccelse, uscì un ragazzo dal nulla per recuperare il suo casco dimenticato durante la fuga: era totalmente coperto di fango. Era caduto in un fosso, ne uscì a fatica, recuperò il casco e se ne andò nello stupore generale, lanciando al vento giusto un paio di bestemmie. Peccato che andandosene si dimenticò nel luogo del misfatto un amico che avrebbe dovuto riportare a casa. E non fu l’unico.

In ogni caso, coi carabinieri tutto bene e con i proprietari si trovò bene o male un accordo. E poi?

Si torna a casa tranquilli? Eh, non direi. Perché uno dei più grandi precedentemente citati che scappò in macchina si portò dietro durante la fuga tutti i beni del sottoscritto e di un suo sventurato socio: portafogli, chiavi di casa, cellulare, tutto. Elemosinare un passaggio fu facile, dormire sulle sedie di quello che oggi è “il bar dei cinesi” è stato più complesso.  Devastante sotto molti aspetti, ma tutto sommato ricordi piacevoli che ci lasciano una morale importante: se le cose si dovessero mettere male, ricorda che avrai sempre una bella storia da raccontare.

 

Scritto da Giuseppe Ruocco

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